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Capitolo I Quattro dita Gansevoort Hotel, Miami Beach 2:35 A.M. “E’ tardi Robert, vattene a dormire!” “Da quando mi dai consigli Jim?” “Siamo rimasti solo noi Robbie, tornatene in camera e fammi smontare da questo turno.” “Riempimi il bicchiere e ti accontento.” Era stata una giornata piuttosto impegnativa e più logorante del solito per Robert. O almeno, così gli sembrava. Non immaginava che il peggio, quella notte, dovesse ancora capitargli. Per quanto, a dire il vero, la sua esistenza non fosse già stata irrimediabilmente compromessa. Per i fatti che arriveranno, potremo dire che più che su uno sgabello di un lounge bar in uno degli alberghi più sfarzosi di Miami, egli sedeva, inconsapevolmente, sopra un’incudine su cui stava per abbattersi, con imprevedibile violenza, un devastante martello. Robert Christian Duvall, titolare unico della Duvall Entrerprise, holding finanziaria a capo di diverse compagnie sparpagliate lungo tutto il territorio statunitense; società madre a controllo di svariate commodities come avena, soia, cacao, caffè, cotone, legname, rame, nichel, alluminio, etanolo e nafta. Già da qualche mese cominciava ad avvertire la fatica accumulata negli ultimi anni trascorsi solo ad inseguire gli affari, da quando era venuto a mancare Gerard, suo padre, a causa di un incidente d’auto. Il suo vecchio aveva curato quell’azienda alla perfezione dopo che l’aveva, a sua volta, ereditata dal suo, che però lo aveva avviato al mestiere fin da giovane con meticolose istruzioni e precetti. Dopo neanche un paio di settimane dall’incidente se ne era andata anche sua madre, Eloise, suicidandosi. Per lui quell’impiego, seppur l’immediatezza del repentino passaggio di consegne lo cogliesse impreparato, rappresentava, in effetti, tutto ciò che rimaneva della sua famiglia; e gli garantiva anche una valida occasione che gli permettesse la giusta distrazione per l’elaborazione del lutto, come gli consigliò anche Philip, il suo psicologo. Robert non era per niente avvezzo a quel genere di situazioni, ma ci mise quanto più impegno potesse per riuscirci. Nonostante ciò, dimenticare per lui non fu mai facile. Fino all’ultimo dei suoi nervi contratti, adesso, poteva riconoscere ad uno ad uno tutti gli sforzi spesi durante gli incessanti viaggi di lavoro a cui si era sottoposto; nonché le energie disperse per i frenetici spostamenti intercontinentali, tesi ad incentivare i profitti degli ultimi investimenti avanzati per promuovere le società rifondate che avrebbero garantito al gruppo rinnovato di resistere alle difficoltà dei mercati emergenti e alle insidie finanziarie derivate della crisi economica. Come un drogato era arrivato perfino a convincersi che in fondo quegli impegni gli procurassero un enorme piacere; anzi, che rappresentassero la sola forma di piacere. “Merda, come sono invecchiato, Jim!” - Sospirò, cogliendo il suo volto riflesso sulla specchiera, non appena il cameriere ricollocava la bottiglia sul ripiano. Il suo commento però non riguardava la sua immagine, non quella esteriore. E non era rivolto al barista. “Jim, ti ho mai raccontato della mia esperienza nei Balcani?” - Bevve un sorso e vide dalla triangolazione degli specchi il volto di Jim che, girato di spalle, ruotava gli occhi al soffitto emettendo un rumoroso gemito di stanchezza mentre fingendo di asciugare dei bicchieri puliti cercava in tutti i modi di non innescare la conversazione. Jim poi guardò l’orologio, erano le due e cinquantacinque, grugnì un’imprecazione e si immaginò la sua compagna a casa che sotto le lenzuola, senza di lui, si stesse addormentando. Robert, intanto, senza un interlocutore osservava ipnotizzato la propria immagine che gli appariva oblunga nella superficie sferica del bicchiere di bourbon tenuta con entrambe le mani, a pochi centimetri dal naso. “Si chiama Yasmîn, non è vero?” - Gli chiese poi. Sicuro di catturare la sua attenzione. “Co Cosa?” - Il cameriere reagì di scatto come se avesse preso una scossa elettrica tra le chiappe. Robert si passò la prima falange dell’indice ad asciugarsi il labbro inumidito. “T-tu come cazzo fai a sapere come si chiama?” - Jim sembrava più indispettito che sorpreso. Robert invece si mostrava distrattamente concentrato ad analizzare il cerchio perfetto del bordo del bicchiere. “E’ la tua ragazza, non è vero?” - Robert amava prendere le persone di sorpresa. Non poté fare a meno di concedergli un sorriso amichevole. “Sì, è la mia ragazza! Che scherzo è mai questo, io e te non ci vediamo da oltre un anno, come fai a sapere di lei?” “Rilassati, marinaio!” - Robert allontanò di qualche centimetro il bicchiere dalle mani - “Non è poi così difficile, vediamo.. dall’ultima volta mi sembri troppo dimagrito, come se fossi reduce da un digiuno forzato tipo ramadan, non è vero? Chissà magari per compiacere qualcuno oppure.. qualcuna?” - Robert sollevò gli angoli della bocca mostrando una dentatura tanto smagliante quanto sarcastica. “Poi, vediamo.. ho notato che porti un bracciale, sì, ti usciva appena appena quando mi versavi da bere.. lo porti al polso destro e tu invece.. usi la mano destra non è vero?” “Continua” - Jim cominciava a capire dove volesse arrivare ma non poteva a capacitarsi di come ci fosse riuscito. “Dunque ti fai aiutare da qualcuno, oh pardon, qualcuna per allacciarlo.. devo riconoscere che è davvero un bell’esemplare, e anche se si tratta di finta bigiotteria è finemente lavorato; tu hai gusti da yankee, quindi deve avertelo regalato una ragazza, le donne hanno gusti più raffinati.” - Jim appoggiò il peso del corpo sorreggendosi su un braccio nella cui mano teneva lo strofinaccio, poi accavallò un piede incrociandolo le caviglie e, inclinando il lungo busto leggermente in avanti, rimase ad ascoltarlo incuriosito. “C’è appesa una lettera, e qui arriva la parte più interessante” - Jim si toccò il braccialetto come se avesse dimenticato che lo stesse portando e riconobbe, strofinando tra le dita, il simbolo metallico. ي “Come anche tu saprai, Jim, quella è una iniziale araba, utilizzata per diversi nomi femminili.” “Ce ne saranno almeno un centinaio che iniziano in quella maniera e tu ti chiederai, dunque come potevo sapere esattamente il suo nome. Devo ammetterlo, è stata un po’ la fortuna, che vuoi farci, aiuta gli audaci, non ti pare? Non ti pare, già, ed hai ragione mio caro giovanotto!” - Proseguì inspirando dal naso simulando il verso di un cane da fiuto. “Mi sarei arreso, se non fosse che sulla manica destra hai un buon profumo, gradevole ma si percepisce appena; è da donna, diciamo anche, ipotizzando, che sia della tua ragazza.” - Jim si annusò i vestiti. “Ebbene, potrei anche sbagliarmi ma quella mi è parsa un’essenza di gelsomino.” - Lo aiutò Robert. - “In oriente era molto in voga tra le geishe. In diverse regioni della terra invece lo indosserebbe chi ha per iniziale questa lettera e che si chiami Yasmîn, e che sappia che questa parola di origine persiana la si traduce con gelsomino.” - Robert bevve fino all’ultima goccia e tirò il bicchiere verso Jim facendolo scivolare sopra il bancone - “Adesso puoi andare dalla tua Yasmîn, cowboy!” Robert fu arruolato nei corpi scelti dopo che, finiti gli studi si era presentato come volontario agli addestramenti militari della CIA nel reparto U.A. Undercover Agents dove le sue elevate capacità di elaborazione logica e la sua prestanza atletica furono riconosciute, apprezzate e potenziate. Per lui fu un’occasione per emanciparsi dall’impero economico della famiglia e da quegli agi che, per indole, non gli appartenevano. Nella fase iniziale precedente alle battaglie, che vedranno poi coinvolta in guerra tutta la ex Jugoslavia, venticinquenne prese parte ad una missione militare ad alto rischio. Nascosto in un rifugio segreto situato tra le alpi dinariche a 2.400 metri di altezza sulla vetta del monte Maglić, assieme ad un suo collega, doveva studiare i movimenti e i piani tattici delle truppe serbe. All’interno la base era dotata delle apparecchiature più sofisticate. Ma ciò che dava importanza alla riuscita delle operazioni erano le azioni sul campo. Uomini come lui riuscivano ad arrivare a poche decine di metri dai raduni che i generali nemici organizzavano nelle boscaglie a fondo valle e adeguatamente mimetizzati captavano e registravano direttamente le conversazioni segrete oppure, se c’erano troppi soldati lasciati a sorvegliare, piazzavano le microspie. Alla CIA arrivava il resoconto di tutta la documentazione che quel reparto dalle montagne inviava via satellite con la strumentazione di cui era dotato il loro nascondiglio. Tutto ciò era tanto pericoloso quanto eccitante, ma Robert, in fondo, era un idealista; non lo faceva per ricevere una medaglia, egli era convinto che le cose si potevano cambiare sul campo e che le guerre, con l’aiuto della tecnologia, potessero e dovessero essere evitate.