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Governo e amministrazione dei regni romano-barbarici I regni romano-barbarici, come abbiamo visto, erano governati da re che avevano ottenuto dall’imperatore, tramite i foedera (cioè i “patti”), il permesso di governare su territori prima facenti parte dell’impero e poi ceduti alle popolazioni barbariche. Di fatto, dunque, erano sottoposti all’autorità imperiale. Nei nuovi regni abitavano pure romani locali che si abituarono a riconoscere il potere dei nuovi re: sia il popolo che i vescovi, dopo aver subito le devastazioni e i saccheggi, desideravano pace e stabilità e poco importava che al potere ci fosse l’imperatore romano o un barbaro. Nell’amministrazione dei regni, centrali erano il re e il palatium, ovvero l’insieme dei suoi collaboratori e consiglieri. Alcuni regni ebbero una capitale, ovvero una grande città in cui i sovrani fecero costruire chiese ed edifici pubblici (es: Toledo in Spagna, Pavia per i Longobardi). Spesso i regni romano-barbarici erano divisi al loro interno in province che venivano affidate a uomini di fiducia del re perché le governasse per conto suo. I duchi longobardi che abbiamo già citato ne sono un esempio: essi si tramandavano il potere per via ereditaria e godevano di ampia autonomia, mentre i conti di Francia e Spagna venivano sostituiti dopo la loro morte dal re. Sul piano economico e su quello culturale nei regni romano-barbarici si assistette a un progressivo declino: le istituzioni scolastiche e i libri diminuirono in quantità e diventarono gestiti quasi soltanto dalla Chiesa (ad esempio nel contesto dei monasteri); gli scambi commerciali diventarono meno frequenti, come pure la moneta circolante. Per quanto riguarda l’amministrazione della giustizia, in una prima fase nei regni si creò una situazione particolare: il popolo locale continuò ad attenersi alle leggi del diritto romano, mentre i barbari punivano i reati secondo altre regole, che prevedevano ad esempio il diritto alla vendetta nel caso di omicidio (i familiari dell’assassinato potevano uccidere l’assassino). Col tempo le usanze arrivarono a integrarsi e a fondersi e i re barbari presero l’iniziativa di fissare per iscritto le leggi etniche, anziché tramandarle oralmente; la lingua prescelta per la trascrizione fu il latino. Un esempio di codice di leggi di questo tipo fu l’Editto di Rotari, re longobardo, promulgato nel 643; in questo codice, certe parti che riguardavano argomenti mai affrontati nel diritto dei barbari furono scritte a partire dalle consuetudini romane (ad esempio il diritto civile e le norme per l’affrancamento degli schiavi).