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Il benedettino passò un mazzetto di penne variopinte sul taglio del libro, dal faccione tondo soffiò come il dio dei venti delle carte nautiche a disperdere la nera polvere, lo aprì con un ribrezzo che nella circostanza apparve delicatezza, trepidazione. Per la luce che cadeva obliqua dall’alta finestra, sul foglio color sabbia i caratteri presero rilievo: un grottesco drappello di formiche nere spiaccicato, secco. Sua eccellenza Abdallah Mohamed ben Olman si chinò su quei segni, il suo occhio abitualmente languido, stracco, annoiato era diventato vivo ed acuto. Si rialzò un momento dopo, a frugarsi con la destra sotto la giamberga: tirò fuori una lente montata, oro e pietre verdi, a fingerla fiore o frutto su esile tralcio. “Ruscello congelato” disse mostrandola. Sorrideva: ché aveva citato Ibn Hamdis, poeta siciliano, per omaggio agli ospiti. Ma, tranne don Giuseppe Vella, nessuno sapeva di arabo: e don Giuseppe non era in grado di cogliere il gentile significato che sua eccellenza aveva voluto dare alla citazione, né di capire che si trattava di una citazione. Tradusse perciò, invece che le parole, il gesto “La lente, ha bisogno della lente”; il che monsignor Airoldi, che con emozione aspettava il responso di sua eccellenza su quel codice, aveva capito da sé. Sua eccellenza era di nuovo chino sul libro, muoveva la lente come a disegnare esitanti ellissi. Don Giuseppe vedeva i segni balzare dentro la lente e, prima che avesse il tempo di coglierne uno solo, sfrangiati ricadere sulla pagina tarlata. Sua eccellenza voltò il foglio, ancora si attardò nell’esame. Mormorò qualcosa. Voltò altri fogli velocemente scorrendoli con la lente, sull’ultimo che guizzava di piccoli vermi d’argento Si soffermò. Si sollevò, voltò le spalle al codice: lo sguardo gli si era di nuovo spento. “Una vita del profeta” disse “niente di siciliano: una vita del profeta, ce ne sono tante.” Don Giuseppe Vella si voltò con faccia radiosa verso monsignor Airoldi: “Sua eccellenza dice che si tratta di un prezioso codice: non ne esistono di simili nemmeno nei suoi paesi. Vi si racconta la conquista della Sicilia, i fatti della dominazione…” Monsignor Airoldi si imporporò di gioia, balbettando di emozione “Domandate” disse “a sua eccellenza… Ecco: domandategli se, nella forma, è simile alla cronica di Cambridge o, che so?, al de rebus siculis…” Il fracappellano Vella non era uomo da scoraggiarsi per così vaga domanda, era preparato a ben altro. Si volse a sua eccellenza: “Monsignore è deluso che questo codice non tratti di cose siciliane. Ma desidera sapere se vite del profeta, come questa, si trovino a Cambridge o in altri luoghi d’Europa.” “Nelle nostre biblioteche, molte: non so se a Cambridge o in altre città d’Europa se ne trovino… Mi dispiace di aver dato una delusione a monsignore: ma le cose sono come sono.” “Eh no, le cose non sono come sono!” pensò don Giuseppe; e a monsignore disse “Sua eccellenza non conosce il de rebus siculis, naturalmente…” “Naturalmente, già…” disse, un po’ confuso, monsignore. “Ma sa della cronica di (Cambridge… Questo codice è, dice, qualcosa di diverso: si tratta di una raccolta di lettere, di relazioni… Cose di governo, insomma.” L’idea di armare l’imbroglio al fracappellano Vella era venuta appena monsignor Airoldi aveva proposto la gita al monastero di San Martino: dove, si era ricordato monsignore, c’era un codice arabo che a Palermo aveva portato, un secolo prima, don Martino La Farina, bibliotecario dell’Escuriale. E non c’era occasione migliore, per sapere cosa contenesse quel codice: un arabo che s’intendeva di lettere e di storia, un interprete come il Vella… Abdallah Mohamed ben Olman, ambasciatore del Marocco alla corte di Napoli, si trovava a Palermo, in quel dicembre del 1782, per causa di un fortunale che aveva spinto il vascello, sul quale verso il Marocco navigava, a sfasciarsi sulle coste siciliane. Il viceré Caracciolo, che sapeva quanto il governo di Napoli tenesse a mantenere rapporti col piratesco mondo arabo, persino operando in tal senso con velata soggezione, appena saputo del disastro aveva mandato portantine e carrozze, con buona scorta, a rilevare l’ambasciatore che derelitto se ne stava sulla spiaggia tra i suoi bagagli. Ma appena l’ambasciatore arrivò a palazzo, il viceré si accorse che era impossibile comunicare con lui: non conosceva il francese, non conosceva nemmeno il napoletano. Provvidenzialmente, qualcuno gli suggerì di chiamare quel cappellano maltese che andava vagando per la città sempre solo, sempre ingrugnato: non si sapeva da quale sorte balestrato nella felice città di Palermo. I volanti mandati in traccia del Vella, affannosamente lo cercarono per tutta la città: ché in casa della nipote, che disagiatamente lo ospitava, lo si poteva trovare la notte e nelle ore dei pasti, per il resto se ne stava sempre fuori, occupato nella duplice professione di fracappellano dell’Ordine di Malta e di numerista del lotto. Da quest’ultima attività ricavava il superfluo, come dalla prima il necessario: e non la passava poi tanto male; solo che ancora non era in condizione di liberarsi dell’ospitalità di sua nipote; spinosissima ospitalità, con mezza dozzina di bambini che parevano sortiti dalla bocca dell’inferno e un capo di casa, marito della nipote e padre di quei bambini, ozioso e ubriacone. Uno dei volanti riuscì finalmente a trovarlo. Stava nella bottega di un carnezziere, all’Albergaria: ed era impegnato a smorfiargli un sogno piuttosto confuso. Perché più che un numeri, il fracappellano era uno smorfiatore di sogni, dai sogni che gli raccontavano trasceglieva gli elementi che potevano assumere una certa coerenza di racconto, e le immagini che nel racconto prendevano risalto egli traduceva in numeri: e non era impresa facile ridurre a cinque numeri i sogni della gente dell’Albergaria e del Capo (che erano i due quartieri cui limitava la sua attività); sogni che non finivano mai, come le storie dei Reali di Francia; che si scomponevano in un caos di immagini, che si sperdevano in mille rivoli oscuri. In quello che il carnezziere stava raccontandogli, all’arrivo del volante, nientemeno c’entravano un porco che rideva, il viceré, una vicina di casa, una mangiata di cuscus e… Questi erano gli elementi che il fracappellano era riuscito ad estrarre da quel formidabile sogno. Ascoltò il messaggio del volante: e gli parve di buon augurio che la chiamata del vicerè gli giungesse mentre al vicerè che il carnezziere aveva sognato stava per dare un numero. Disse al volante “Vengo subito” e al carnezziere domandò “Il vicerè lo avete sognato in forma pubblica o privata?” “Come?” fece il carnezziere. “Dico: era in corteo, in processione, o era solo?” “L’ho sognato a quattrocchi, lui ed io soli.” “Vicerè 11… Cuscus 31… Porco fa 4…” “Ma il porco rideva” precisò il carnezziere “rideva forte.” “E lo vedevate ridere o lo sentivate soltanto?” “Ora che ci penso, mi pare che quando cominciò a ridere non lo vedevo più.” “Aggiungete allora il 77… E il 46 per la vicina.” Fece segno al volante e si avviò alla porta. “Padre” gridò il carnezziere “avete dimenticato quella cosa.” “Se proprio ce la volete mettere, 80” disse il fracappellano arrossendo. “Ma i numeri debbono essere cinque: o levate l’80 o il 77.” “L’80 no” disse il carnezziere. L’abate uscì mandandolo al diavolo. Il vicerè aveva i nervi che gli saltavano. Il fracappellano non ebbe il tempo nemmeno di inchinarsi, e si trovò l’ambasciatore del Marocco quasi tra le braccia, premurosamente spintovi dal Caracciolo. “Non ditemi che non sapete di arabo” scherzò acre il vicerè “o vi mando alla Vicarìa.” “Un po’ di arabo, per la verità, lo conosco” disse don Giuseppe. “Benissimo… E dunque portatevi in giro costui, dategli tutto quello che chiede, accontentatelo in ogni cosa, in ogni capriccio: donne di malaffare o dame di rango incluse.” “Eccellenza!” aveva protestato don Giuseppe, indicando la croce gerosolimitana che portava sul petto. “Toglietevela, e andate a donne anche voi: ci scommetto che non sarebbe cosa nuova” aveva risposto il Vicerè aprendosi a un sorriso di malizia. L’ambasciatore, da quel momento attaccato al Vella, come un cieco alla sua guida, non aveva chiesto di andare a donne, per fortuna: anche se nelle scollature delle donne il suo sguardo lento e appiccicoso come miele colava; ma aveva chiesto di vedere tutto quel che in Palermo c’era di arabo: e da questa esigenza, nella misura in cui don Giuseppe poteva soddisfarla, a volte cioè interzando giusto a volte sbagliando, ne discendeva l’umore della giornata. Fortuna che monsignor Airoldi, col suo grande amore per la Storia siciliana e per le cose arabe, era intervenuto a farsi guida, don Giuseppe sempre di mezzo come interprete, dell’ambasciatore. Monsignore aveva anzi reso piacevole, e già era lucroso, il compito di don Giuseppe: sere che dolcemente trascorrevano tra bellissime donne, incanti di luci, di sete, di specchi, toccante musica, soavissimo canto; e le delicatezze della tavola, l’illustre compagnia. E il pensiero che tutto ciò non poteva durare oltre la partenza di Abdallah Mohamed ben Olman, cominciò a rodere don Giuseppe Vella. Tornare a far bilancio sull’avara congrua, sugli incerti proventi del dar numeri, gli appariva ora come una sorte amara, una disperazione. Così, dall’ansia di perdere certe gioie appena gustate, dall’innata avarizia, dall’oscuro disprezzo per i propri simili, prontamente cogliendo l’occasione che la sorte gli offriva, con grave ma lucido azzardo, Giuseppe Vella si fece protagonista della grande Impostura.